Sfatiamo qualche mito: 5 falsi miti sull’Influencer Marketing

L’influencer marketing è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni. L’integrazione di questo all’interno del marketing mix di un brand non è mai stato così essenziale, necessità sollecitata sicuramente anche dalla pandemia e dal tempo medio di utilizzo dei social in questo periodo.

Ci sono comunque diversi equivoci e miti che circolano a proposito dell’influencer marketing e sulla sua utilità per i brand. 

Abbiamo sfatato 5 dei miti più comuni a proposito di influencer marketing per aiutare i brand a capire meglio in che modo stanno investendo i loro soldi e che cosa si possono aspettare:

1. L’Influencer marketing è strategico solo per rivolgersi ai Millennial e alla Gen Z.

I dati demografici del pubblico digitale variano davvero da social a social. Ad esempio, il 35% degli utenti Pinterest ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, e il 24% degli utenti Facebook ha più di 55 anni. La fascia demografica più ampia è rappresentata dagli utenti Twitter che hanno tra i 35 e i 49 anni. Ad ogni modo, chiunque può consigliare un prodotto o un servizio a qualcuno, indipendentemente dalla sua età.

Anche le cosiddette piattaforme Gen Z come TikTok non sono dedicate esclusivamente ad una fascia d’età. TikTok ospita un enorme spettro di creatività che comprende una serie di community e di argomenti di nicchia. Anche tanti adulti (non solo i più giovani) hanno ottenuto un seguito virale negli scorsi mesi mantenendo un profilo autentico.

2. Misurare il ROI di una campagna di un influencer non è possibile.

Si può sempre misurare la performance di una campagna e predire il suo impatto sulle vendite. A seconda del tipo di campagna, della piattaforma social o dell’influencer coinvolto, ci sono diverse strategie per misurare sia le vendite a breve-medio termine che l’impatto a lungo termine del valore di marca. Quando identifichi i dati giusti, puoi misurare l’impatto delle vendite della tua campagna e il tuo ritorno sull’investimento (ROI). 

Alcune delle metriche più rilevanti per misurare il ROI sono: il referral traffic, le conversioni, la percentuale di engagement e la percentuale di click-through. In Pulse, abbiamo un approccio “always on”: monitoriamo i dati di tutte le attivazioni dei creator durante le campagne e ci assicuriamo i migliori risultati per ognuna di esse.

3. L’Influencer marketing potrebbe far sembrare il mio brand inaccessibile.

Gli influencer vengono spesso stereotipati (es., giovane fashionista bionda).  La verità è che ce ne sono davvero di tutti i tipi, in tutte le piattaforme. Tanti creator oggi si focalizzano sulla creazione di contenuti dedicati di nicchia per i loro follower. Cibo, finanza, fai da te, tech, famiglia, fashion, beauty, lifestyle e il così tanto sentito tema dei viaggi - che ci mancano molto ma ora superflui - questi sono tutti esempi di categorie popolari.

Autenticità e trasparenza sono diventate caratteristiche cruciali nel 2020, anche per via del fatto che i brand hanno avuto difficoltà a trovare un modo equilibrato di lavorare senza sembrare interessati solo ai risvolti economici. Dato che questa pandemia ci ha costretti tutti in casa, tanti creator oggi si sono concentrati sullo sviluppo di contenuti che interessavano ai loro follower. Il pubblico ha risposto in modo molto positivo a contenuti così vicini alle loro vite e ciò non ha fatto altro che rafforzare il rapporto durante un momento davvero difficile.

4. L’influencer migliore è quello con più seguito.

Questo non è necessariamente vero. Prima di coinvolgere qualsiasi influencer, bisogna analizzare le statistiche del suo pubblico. Qual è la nazionalità dei suoi follower? Qual è il loro genere e che età hanno?
Per esempio, poniamo che il tuo creator preferito abbia 100 milioni di follower. Supponiamo che il suo pubblico sia composto per il 67% da donne di età compresa tra i 24-34 anni e principalmente residenti negli Stati Uniti.  Se il tuo pubblico di riferimento sono, ad esempio, gli uomini europei tra i 18 e i 24 anni, per quanto questo influencer possa piacerti, nessuna campagna seppur di impatto o inerente un prodotto eccellente darebbe grandi risultati. Questo perché il pubblico non è in linea e quel target non è il tuo obiettivo. Mirare al target sbagliato è uno degli errori più comuni nelle campagne che non performano bene.

Anche per i brand internazionali, la ricerca della reach deve essere controbilanciata con credibilità e impegno. I brand dovrebbero concentrarsi su profili allineati al marchio che pubblicano contenuti creativi e coerenti, piuttosto che scegliere quelli con il più alto numero di follower. Questo gli permetterà di influenzare davvero il proprio pubblico.

5. Gestire campagne di influencer marketing in-house è un gioco da ragazzi 

Alcuni brand hanno iniziato a gestire le loro campagne di influencer marketing internamente, tante volte anche facendo svolgere queste task ai loro stagisti. Non ci sorprende però che abbiano riscontrato svariate difficoltà e che il loro approccio non funzioni. Per dei team altamente specializzati e dedicati può essere facile eseguire campagne di marketing di successo, mentre le aziende dovrebbero essere più caute.

Sembra facile mettersi in contatto con due o tre creator e negoziare con loro ma selezionare gli influencer giusti per raggiungere i KPI’s e per identificare quelli fake (che magari hanno comprato i follower) richiede competenze di settore specifiche. L'attivazione di centinaia di micro-influencer o migliaia di nano-influencer richiede esperienza, tempo, impegno, energia, risorse, strumenti, algoritmi e dati.